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    6. 2004
      1. Il Sonno Dei Nuclei
commercials bio info GIOVANNI LAMI | PHOTOGRAPHER
Il Sonno Dei Nuclei - 2004
Un estratto dal testo in catalogo di Eraldo Baldini
(grazie mille Eraldo, davvero)

E così mi sono messo a guardarle davvero e con impegno, le sue fotografie. Giovanni mi aveva detto: "Non pretendo una prefazione tecnica o critica, scrivi solo delle tue emozioni immediate". Bene, la prima emozione è stata semplice ma forte: quelle foto, queste foto, mi piacciono e mi interessano. Sono allo stesso tempo qualcosa di familiare e di alieno, di conosciuto e di strano. Mi è venuto in mente il sottotitolo di una trasmissione di Ghezzi, Fuori orario, quella che propone buoni films a orari assurdi, su Rai Tre: Cose (mai) viste. Col "mai" tra parentesi. Perché le immagini che Lami ci propone sono così, ritraggono luoghi in cui siamo stati tante volte, ma che probabilmente nessuno di noi ha mai visto in quel modo: deserti, fermi, silenziosi. Puliti nel loro essere vuoti e ordinati, geometrici e quieti, brillanti nella luce nitida dell'assenza. Assenza dell'elemento per cui sono nati: la gente. La gente che li riempie di movimento e di voci, trasformandoli in qualcos'altro, riportandoli al loro scopo naturale ma violandone, allo stesso tempo, la conformazione netta che possiamo cogliere solo da queste fotografie. E un'altra cosa mi è venuta in mente, un altro titolo, non di una trasmissione questa volta, ma di un libro: Isole nella corrente, di Ernest Hemingway. Perché li ho visti e sentiti così per la prima volta questi luoghi spesso vuoti, questi contenitori: isole di perfetta immobilità nella corrente di una città che brulica loro intorno, in attesa di riversarsi al loro interno, nel loro spazio in momenti e con scansioni diverse. E loro lì, immobili e pazienti, ad aspettare, grandi e tranquilli. Ma tranquilli davvero? Io sono uno scrittore di noir, e sotto sotto non ho potuto non sentire che in quei vuoti ampi e profondi la voce e i passi debbono rimbombare in modo incredibile, e tra tutte quelle ombre ferme un solo piccolo apparente guizzo deve dare una scossa adrenalinica. Noi che siamo abituati ad invaderli in massa ci sentiremmo inquieti e soverchiati se dovessimo "violarli" da soli; e d'altronde non è forse questo un "topos" letterario più volte percorso dalla narrativa di genere?
Ancora: mi sono venute in mente tante descrizioni di stranieri che hanno, nei secoli, visitato la nostra città e l'hanno ripetutamente definita "città del silenzio", secondo uno stereotipo letterario e decadente, nato comunque da una buona dose di quella che, in certe epoche, deve essere stata pura realtà. Ebbene, oggi Ravenna non è più così, di silenzio ce n'è poco, e quel poco che c'è risiede soprattutto lì, nei luoghi che siamo abituati ad associare alla ressa e al vociare, perché vuoti non li abbiamo mai visti, ma vuoti restano per ampi periodi di tempo. E dentro quel tempo Giovanni è entrato, e con il suo obiettivo ha fissato, proponendocelo, qualcosa che già è "fisso" di per sé senza che ce ne accorgiamo.
E allora credo che, al di là dell'essere o meno esperti di arti visive, queste foto non possano non emozionarci, non farci sentire qualcosa, non farci pensare. E scusate se è poco.