| projects | bio | info | GIOVANNI LAMI | PHOTOGRAPHER |
| T - 2009 | ||
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This is only a part of a bigger work in progress called Apnea. A selection of 7 pictures I made for a group exhibition in Ravenna wanted by the municipality to sensibilize people about transgender community and gender identities. There's a catalogue edited by Libri Aparte with texts by Porpora Marcasciano from MIT and Silvia Loddo. Estratto dal testo in catalogo Ri/tratti del transito di Porpora Marcasciano È nota a tutti la grande importanza dell’immagine nella nostra epoca, considerata per questo l’epoca della riproducibilità tecnica. Viviamo nutrendoci di immagini, su esse costruiamo e modelliamo il mondo. Con le immagini narriamo, raccontiamo, descriviamo le cose e noi stessi. Immagini reali, fantastiche, artefatte, costruite, infinite tessere di un puzzle che riproducono e a volte sostituiscono la realtà... che non sarebbe un problema, visto lo stato in cui versa questa nostra terra. Ma il rischio, nell’epoca della riproducibilità tecnica è proprio quello che un immaginario parziale o distorto possa sostituire la realtà e uno scatto in questo senso può fare la differenza! Lo sanno bene le persone transessuali la cui immagine, ritratta sempre e comunque da altri, è diventata significato e significante dell’intera esperienza; uno scatto preciso, come per tanti altri vissuti, ha avuto la capacità di costruire un senso altro, anzi alterato, del percorso delle persone trans. Penso a quelle fotografie che per decenni hanno trasmesso senso e significato del nostro percorso: le fotografie segnaletiche delle questure, quelle degli schedari dei manicomi, quelle scientifiche dei dottori, per finire con quelle della cronaca nera. Quale mondo ci hanno costruito intorno quelle fotografie!? Quale montaggio storico e sociale sono riuscite ad operare!? A chi e a cosa sono state utili? Sicuramente non alle persone ritratte! Ma non è lo scatto in sé a fare la differenza quanto l’uso che se ne fa. Non credo di dire nulla di nuovo se asserisco che tutte le esperienze diverse, quelle che si discostano dalla linea della norma e delle convenzioni, in quanto tali sono percepite come disturbanti, dissonanti... degeneranti e viste (qui entra la narrazione fotografica) come l’altro da sé, l’altro pericoloso, l’altro a cui non assomigliare. Sono state quelle fotografi e che hanno fatto la nostra storia e, ahimé anche la nostra rovina. Quelle fotografi e hanno costruito la realtà transessuale che per anni è stata circoscritta a prostituzione, crimine, devianza e, quando andava bene, a spettacolo e folklore. Nell’Ottocento, con l’avvento della fotografia, abbiamo la prima immagine che ritrae una persona definita "dal sesso incerto" o ermafrodita sul lettino medico con le gambe aperte che mostra i suoi genitali, la fotografia è di Nadar che su incarico dei medici ferma lo scatto. Il Positivismo, fonte della cultura scientifica del mondo contemporaneo, studiando tutto ciò e tutti coloro che erano difformi, non conformi, malformi, aggiunge le persone “dal sesso incerto”, le odierne persone transessuali, ai suoi oggetti di studio, facendole diventare automaticamente creature mostruose. Sulla stessa scia Lombroso, con la purtroppo famosa teoria della corrispondenza tra segno fisico e inclinazione criminale, le inserisce negli archivi fotografi ci del crimine. Qualche decennio dopo, a quegli archivi attingeranno anche i fautori della purezza della razza, deportando nei campi di sterminio, insieme agli omosessuali e agli asociali, tantissime persone transessuali. Diverse fotografie risalenti ai primi decenni del secolo scorso testimoniano e descrivono la malattia mentale di “pervertiti e travestiti” (questa la dicitura) di un reparto speciale del Manicomio Criminale di Aversa. Sicuramente più recenti sono invece le fotografie segnaletiche delle questure, frutto delle schedature effettuate durante le numerose retate nel cosiddetto “squallido mondo dell’omosessualità e del vizio”. Come dire che attraverso la fotografia si potrebbe ricostruire la genealogia del controllo sociale, la mappa della negazione, la nascita dello stereotipo che ancora oggi grava sulla vita dei/delle transessuali. Ma, ripeto, non è la fotografia intesa come mezzo artistico e comunicativo ad essere sotto accusa quanto il suo uso e la sua finalità. |
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